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Aprire un e-commerce: costi, piattaforme e passaggi da non saltare

Federico Sucato18 min di lettura

Diorama in miniatura su un banco da lavoro: una scatola di cartone diventa un piccolo negozio con la tenda a righe verdi e rosa, mentre minuscoli operai dipingono, portano pacchi e li caricano su un furgoncino color terracotta

IN BREVE

Aprire un e-commerce vuol dire aprire un'attività, non solo un sito. Prima vengono i conti: margine per ordine dopo spedizione, commissioni e resi, e quanto puoi spendere per trovare un cliente. Poi la piattaforma, i pagamenti, la logistica e gli obblighi: partita IVA, informazioni e recesso di 14 giorni, privacy e cookie, IVA sulle vendite nell'UE, sicurezza dei prodotti e accessibilità. Il lancio è l'inizio: nei primi 90 giorni si porta traffico, si misura e si corregge.

Argomento del nostro servizio Web & E-commerce · settore E-commerce & B2C

Una produttrice di cosmetici naturali ci scrive dal modulo contatti: ha un laboratorio, un piccolo negozio in città e un buon giro di clienti affezionati. Vuole aprire un e-commerce “entro Natale” e chiede quanto costa il sito. Nella call scopriamo che non ha ancora calcolato quanto le resta in tasca su un ordine da 35 euro spedito in Sicilia, che non sa chi preparerà i pacchi e che le schede dei prodotti non riportano le avvertenze d’uso. Il sito, in questo quadro, è la parte più semplice.

La risposta breve: aprire un e-commerce vuol dire aprire un’attività, non solo pubblicare un sito. Prima vengono i conti, cioè il margine che resta su un ordine dopo spedizione, commissioni e resi, e quanto puoi spendere per trovare un cliente. Poi si scelgono piattaforma, pagamenti e logistica, e si mettono in regola partita IVA, informazioni al consumatore, recesso, privacy, IVA sulle vendite all’estero, sicurezza dei prodotti e accessibilità. Il lancio è l’inizio: nei primi 90 giorni si porta traffico, si misura e si corregge.

Seguo le prime call con le aziende che vogliono vendere online e preparo i preventivi. Qui metto in fila il percorso che spieghiamo più spesso, nell’ordine in cui conviene affrontarlo. Non è un confronto tra piattaforme: ci torneremo in un articolo dedicato.

Da dove si parte per aprire un e-commerce?

Si parte dal modello di business, non dal tema grafico. Le domande da chiudere prima di chiedere un preventivo sono quattro.

Cosa vendi e a chi. Un catalogo di 30 prodotti propri a privati è un progetto diverso da 3.000 articoli di altre marche o da un listino per aziende. Se vendi ad altre aziende, con prezzi per cliente e ordini ripetuti, le regole cambiano parecchio.

Perché qualcuno dovrebbe comprare da te. Prezzo, prodotto che altrove non c’è, servizio, competenza. Se lo stesso articolo è su Amazon a un prezzo più basso e con consegna in un giorno, il tuo negozio ha bisogno di un altro motivo per esistere.

Da quali canali. Sito proprio, marketplace o entrambi. Il sito ti lascia margini, dati dei clienti e marchio; il marketplace porta persone che stanno già cercando, in cambio di commissioni e regole sue. Se stai valutando Amazon, i conti e le scelte li trovi nella guida su come vendere su Amazon.

Chi ci lavora ogni giorno. Caricare prodotti, rispondere ai clienti, preparare i pacchi, gestire i resi, seguire le campagne. Se la risposta è “un po’ tutti, quando c’è tempo”, il problema arriva al primo picco di ordini.

Come si fa il conto del margine prima di aprire?

Si parte dal prezzo di vendita e si tolgono, una per una, tutte le voci che un ordine si porta dietro. Quello che resta è il margine di contribuzione per ordine: la cifra che paga la pubblicità, le persone e i costi fissi del negozio.

Un esempio inventato a scopo di esempio, per un ordine medio da 45 euro IVA inclusa:

Voce Importo per ordine Note
Prezzo pagato dal cliente 45,00 € IVA al 22% compresa
IVA da versare −8,11 € Resta 36,89 € netti
Costo del prodotto −12,00 € Materie prime, confezione, lavorazione
Imballo −1,20 € Scatola, riempitivo, nastro
Spedizione −6,50 € Se la offri gratis, è tutta tua
Commissione di pagamento −0,93 € Esempio con 1,5% + 0,25 €
Resi e rimborsi −1,10 € Stima su una piccola quota di ordini
Margine di contribuzione 15,16 € Prima di pubblicità, persone e canoni

Quei 15 euro sono il tetto di quanto puoi spendere per portare un ordine. Se una campagna costa 20 euro per ogni primo acquisto, guadagni solo se il cliente torna. Può andare bene, ma deve essere una scelta con un numero scritto: quante volte deve riacquistare perché il conto torni.

Due conseguenze pratiche. Con un ordine medio basso ogni euro di spedizione pesa moltissimo, ed è per questo che molti negozi propongono confezioni multiple. E chi vende prodotti che si ricomprano, come cosmetici, caffè o alimenti, può spendere di più per trovare un cliente di chi vende un oggetto che si compra ogni cinque anni. Nei prodotti alimentari il riacquisto è il cuore del progetto, come racconta l’articolo sul funnel di un e-commerce di prodotti alimentari.

Quanto costa davvero aprire un e-commerce?

Il costo del sito è una parte, spesso nemmeno la più grande, del primo anno. Le voci si dividono in tre gruppi: quelle che paghi una volta, quelle che tornano ogni mese e quelle che crescono con le vendite.

Gruppo Voci tipiche Come si muovono
Una tantum Progetto e sviluppo del negozio, schede prodotto, foto, configurazione di pagamenti e spedizioni, collegamento al gestionale, testi legali Salgono con il numero di prodotti e varianti, le lingue e le integrazioni
Ricorrenti Canone della piattaforma o hosting, app ed estensioni, dominio, manutenzione, strumento per il consenso ai cookie, email marketing Si pagano anche nei mesi in cui vendi poco
Variabili Commissioni di pagamento, spedizioni, imballi, resi, commissioni dei marketplace Crescono con gli ordini
Per farsi trovare Campagne, contenuti, SEO, eventuali creator Le decidi tu, ma senza questa voce il negozio resta vuoto

Sulla parte di realizzazione valgono le stesse logiche di un sito aziendale, con in più catalogo, pagamenti, spedizioni e collegamento al magazzino: le fasce di prezzo e come confrontare due preventivi le ho spiegate nell’articolo su quanto costa un sito web. Qui aggiungo la voce che nei preventivi che vediamo manca quasi sempre: il budget per far arrivare le prime persone.

Un esempio inventato a scopo di esempio, per 60 prodotti, una lingua e il gestionale collegato:

Voce del primo anno Importo indicativo
Realizzazione del negozio, schede e foto 9.000 €
Canone della piattaforma, app e dominio 1.000 €
Manutenzione e piccoli interventi 1.200 €
Testi legali, consenso cookie, consulenza fiscale iniziale 1.000 €
Campagne e contenuti nei primi 6 mesi 9.000 €
Totale prima delle vendite 21.200 €

Commissioni, spedizioni e imballi non ci sono perché stanno già nel conto del margine. Il punto è la proporzione: chi mette tutto il budget nel sito e niente nelle campagne apre un bel negozio in una strada dove non passa nessuno.

Quale piattaforma scegliere per un e-commerce?

Per una PMI italiana la scelta si gioca quasi sempre tra una piattaforma in abbonamento, come Shopify, e una soluzione da installare su un proprio hosting, come WooCommerce su WordPress. Ci sono poi i casi, più rari, in cui conviene sviluppare su misura. Le differenze di dettaglio le vedremo nel confronto dedicato; qui bastano i criteri con cui decidiamo nella prima call.

  • Chi gestirà il negozio. Se a caricare prodotti e ordini sarà una persona non tecnica, conta più la semplicità del pannello che la libertà sul codice.
  • Con cosa deve parlare. Gestionale, magazzino, marketplace, CRM. Prima di scegliere, verifica che esista un collegamento affidabile con i programmi che usi già.
  • Come cresce il costo. Una piattaforma in abbonamento ha un canone mensile e, a volte, commissioni sulle vendite. Shopify, per esempio, aggiunge una commissione se usi un gestore di pagamento esterno invece di Shopify Payments: è del 2% sul piano Basic e più bassa sui piani superiori. A ottobre 2026 la pagina prezzi di Shopify indica 27 € al mese per Basic, 74 € per Grow e 384 € per Advanced, che con il pagamento annuale scendono a 19, 56 e 289 € al mese. Una soluzione su hosting proprio non ha commissioni della piattaforma, ma costa in manutenzione, aggiornamenti e sicurezza.

Un consiglio che diamo spesso: parti dalla versione più semplice che regge i tuoi primi 12-18 mesi, con dati esportabili. Scegliere oggi per il negozio che potresti avere fra cinque anni costa tempo e soldi senza dare niente in cambio.

Quali metodi di pagamento servono e quanto costano?

Servono i metodi che i tuoi clienti si aspettano di trovare, e niente di più. Per un negozio che vende a privati in Italia la base è fatta di carte di credito e debito, wallet come Apple Pay e Google Pay e PayPal. Bonifico e contrassegno si aggiungono se il tuo pubblico li chiede, sapendo che il contrassegno porta costi e pacchi rifiutati.

Le commissioni cambiano da un fornitore all’altro e per tipo di carta. Due riferimenti pubblici, da controllare sempre alla data in cui firmi:

  • Stripe indica sulla sua pagina prezzi per l’Italia l’1,5% + 0,25 € per le carte standard dello Spazio economico europeo, con tariffe più alte per le carte premium e per quelle emesse fuori dallo SEE.
  • PayPal indica nel suo tariffario per i commercianti il 3,40% più una quota fissa di 0,35 € per le transazioni commerciali nazionali in euro, con una maggiorazione per i pagamenti dall’estero fuori dallo SEE.

Sull’ordine da 45 euro dell’esempio la differenza tra i due è di circa un euro, che su mille ordini all’anno diventa una voce che si vede.

Chiedi sempre al fornitore anche tempi di accredito e costi di contestazioni e rimborsi. Il pagamento rateale ha commissioni più alte delle carte: conviene provarlo quando hai i dati per capire se porta ordini in più.

Come si organizzano spedizioni, magazzino e resi?

La logistica è la parte che il cliente vede di più dopo il sito. Le scelte di base sono tre: chi prepara i pacchi, con quale corriere e con quali regole su costi e resi.

Modello Come funziona Quando ha senso
Fai da te Prepari i pacchi in azienda e li ritira il corriere Pochi ordini al giorno, prodotti delicati o personalizzati
Logistica in conto terzi Un magazzino esterno riceve la merce, prepara e spedisce Ordini in crescita, picchi stagionali, poco spazio in azienda
Marketplace con logistica propria Il marketplace stocca e spedisce, per esempio Amazon con FBA Vendite sul marketplace, con costi e regole della piattaforma

Qualunque modello scegli, decidi quattro numeri e scrivili sul sito: tempi di preparazione, tempi di consegna per zona, costo della spedizione e soglia per la spedizione gratuita, calcolata sul margine. Il corriere si sceglie anche su giacenze, danni e prodotti fragili, non solo sul prezzo.

I resi vanno progettati prima del lancio: chi paga il ritorno, come si chiede il reso, chi controlla il prodotto e quando parte il rimborso. Una regola chiara, scritta nelle condizioni e richiamata nella scheda prodotto, riduce le richieste all’assistenza e dà fiducia a chi compra la prima volta.

Quali obblighi di legge ci sono per aprire un e-commerce in Italia?

Gli obblighi principali riguardano sette aree: impresa e fisco, informazioni al consumatore, recesso e garanzia, privacy e cookie, IVA sulle vendite nell’UE, sicurezza dei prodotti e accessibilità. Non siamo uno studio legale né commercialisti: questa è una mappa per sapere cosa chiedere a loro, non un parere.

Partita IVA, codice ATECO e regime fiscale

Se vendi online in modo abituale serve un’attività d’impresa, con partita IVA, iscrizione al Registro delle imprese e, per il commercio, la SCIA al Comune, che si invia allo Sportello unico per le attività produttive (SUAP) insieme alla pratica di avvio in Camera di commercio. Fa eccezione l’impresa artigiana che vende online i propri prodotti, che non deve presentarla. Sul codice ATECO c’è una novità da conoscere: con la classificazione ATECO 2025, adottata in modo operativo dal 1° aprile 2025, il codice del commercio al dettaglio si sceglie in base a cosa vendi e non più al canale. Molte guide in rete citano ancora il vecchio “47.91.10, commercio via internet”, ma con ATECO 2025 quel codice indica un’altra attività: l’intermediazione nel commercio al dettaglio di articoli di seconda mano, senza diventare proprietari della merce. Chi rivende online cosmetici, per esempio, usa lo stesso codice di un negozio di cosmetici, il 47.75.00. Verifica con il commercialista quale codice corrisponde ai tuoi prodotti, perché da lì dipendono anche regime fiscale e contributi.

Informazioni al consumatore, recesso e garanzia

Il Codice del consumo chiede che prima dell’acquisto il cliente trovi chi sei, come contattarti, il prezzo totale con le spese di consegna, i metodi di pagamento, i tempi di consegna e le condizioni di recesso. Il consumatore che compra online ha 14 giorni per recedere senza dare motivi, che per i beni partono dalla consegna (articolo 52), e il venditore deve rimborsare entro 14 giorni dal recesso (articolo 56). Se le informazioni sul recesso mancano, il periodo si allunga di 12 mesi. In più c’è la garanzia legale di conformità: il venditore risponde dei difetti che si manifestano entro due anni dalla consegna.

Una nota utile per chi riprende un vecchio modello di condizioni di vendita: dal 20 luglio 2025 la piattaforma europea per la risoluzione delle controversie online è stata chiusa dal regolamento (UE) 2024/3228, e con lei l’obbligo di inserire il link nel sito.

Servono un’informativa privacy chiara su quali dati raccogli e perché e, se usi cookie di profilazione o strumenti delle piattaforme pubblicitarie, il consenso prima di attivarli. Le linee guida del Garante sui cookie chiedono un banner che permetta di proseguire senza tracciamento, per esempio chiudendolo con la X, e vietano di giustificare i cookie di tracciamento con il legittimo interesse. Il banner va collegato ai tag fin dal primo giorno: aggiungerlo dopo vuol dire mesi di dati incompleti.

IVA sulle vendite ad altri paesi dell’UE

Se spedisci a privati in altri paesi dell’Unione, c’è una soglia annua di 10.000 euro, calcolata al netto dell’IVA sul totale delle vendite a distanza verso gli altri paesi dell’Unione, nell’anno precedente e in quello in corso: sotto si applica l’IVA italiana, sopra quella del paese del cliente. Per non aprire una posizione IVA in ogni paese c’è il regime OSS, che permette di dichiarare e versare tutto in Italia con una dichiarazione trimestrale: lo spiegano le risposte dell’Agenzia delle Entrate sul regime OSS. Prima di aprire le spedizioni all’estero, va configurato anche il calcolo dell’IVA per paese nella piattaforma.

Sicurezza dei prodotti

Dal 13 dicembre 2024 si applica il regolamento (UE) 2023/988 sulla sicurezza generale dei prodotti, noto come GPSR. Per le vendite online l’articolo 19 chiede che l’offerta riporti in modo chiaro i dati del fabbricante, cioè nome e indirizzo postale ed elettronico, quelli della persona responsabile nell’UE se il fabbricante è fuori dall’Unione, le informazioni per identificare il prodotto con un’immagine, e le avvertenze di sicurezza in una lingua comprensibile. In pratica sono campi in più nella scheda prodotto, da prevedere nel catalogo prima di caricare i prodotti. Cosmetici, alimenti, giocattoli ed elettronica hanno in più le loro norme di settore.

Accessibilità

La direttiva europea 2019/882, recepita in Italia con il decreto legislativo 82/2022, rende obbligatoria dal 28 giugno 2025 l’accessibilità dei servizi di commercio elettronico rivolti ai consumatori. Le microimprese che forniscono servizi, con meno di 10 persone e fatturato o bilancio annuo fino a 2 milioni di euro, sono escluse. Anche quando non è un obbligo, un negozio che si usa da tastiera e con un lettore di schermo vende a più persone.

Cosa serve prima di andare online?

Prima del lancio conviene un collaudo fatto da qualcuno che non ha costruito il negozio. La lista che usiamo:

Catalogo

  • Ogni prodotto ha titolo, descrizione, prezzo, foto, varianti, giacenza e, dove servono, avvertenze e dati del fabbricante.

Acquisto

  • Un ordine di prova per ogni metodo di pagamento, con rimborso di prova.
  • Email di conferma, spedizione e rimborso scritte e controllate.
  • Costi di spedizione corretti per tutte le zone, isole comprese.

Pagine e regole

  • Condizioni di vendita, recesso, spedizioni e resi, privacy e cookie pubblicate e linkate nel piè di pagina e nel carrello.
  • Dati dell’azienda, partita IVA e contatti visibili.

Misurazione

  • Acquisti tracciati in Google Analytics 4 e nelle piattaforme pubblicitarie, nel rispetto del consenso.
  • Il catalogo è pronto per Google: come preparare il feed e correggere gli errori più comuni lo spieghiamo nella guida a Google Merchant Center.

Telefono

  • Schede prodotto e carrello si aprono in fretta e l’acquisto si completa senza intoppi da telefono.

Cosa fare nei primi 90 giorni dopo il lancio?

Il giorno del lancio il negozio ha zero recensioni, zero storico e zero visite da Google. I primi tre mesi servono a portare persone, capire dove si fermano e sistemare. Un piano tipico:

Periodo Obiettivo Cosa si fa
Giorni 1-30 Primi ordini e primi dati Avviso ai clienti che hai già (negozio, newsletter, social), campagne sulla ricerca e su Google Shopping per chi cerca già i tuoi prodotti, controllo quotidiano di ordini, pagamenti e spedizioni
Giorni 31-60 Capire dove si perdono le persone Lettura di schede prodotto, carrello e checkout, prime email automatiche (benvenuto, carrello abbandonato), richiesta di recensioni dopo la consegna, test di una campagna su Meta per farsi conoscere
Giorni 61-90 Decidere dove investire Costo per ordine per canale confrontato con il margine, primi riacquisti, correzioni alle pagine che perdono di più, piano per i picchi in arrivo

Tre numeri da guardare ogni settimana, gli stessi che usiamo anche per i negozi già avviati: quante persone arrivano, quante comprano e quante tornano. Quando uno dei tre è debole, il lavoro si concentra lì. Se arrivano visite ma nessuno compra, prima di alzare il budget conviene lavorare sulle pagine: le leve sono nell’articolo sul tasso di conversione dell’e-commerce.

Sui tempi: la SEO di un negozio nuovo richiede mesi. Nei primi 90 giorni il traffico arriva soprattutto da clienti che hai già, campagne e passaparola, per questo il budget per le campagne va previsto prima del lancio.

Se vendi a privati, dai un’occhiata anche alle sfide tipiche del settore, da Natale ai marketplace al secondo acquisto, che raccogliamo nella pagina dedicata a chi lavora con l’e-commerce B2C.

Errori da evitare

Partire dal sito invece che dai conti. Senza il margine per ordine non sai quanto puoi spendere per trovare un cliente, e ogni decisione successiva diventa un’ipotesi.

Mettere tutto il budget nella realizzazione. Un negozio senza budget per farsi conoscere resta vuoto. Tieni da parte una quota per i primi mesi di campagne e contenuti.

Copiare le condizioni di vendita da un altro sito. Recesso, resi, spedizioni e garanzia devono descrivere quello che fai davvero. Un modello vecchio può contenere obblighi che non esistono più e dimenticarne di nuovi.

Lasciare le schede prodotto senza i dati richiesti. Avvertenze, dati del fabbricante e informazioni di sicurezza vanno previsti nel catalogo dall’inizio. Aggiungerli su centinaia di prodotti dopo il lancio è lavoro doppio.

Rimandare la misurazione. Se acquisti e consenso non sono tracciati dal primo giorno, i primi tre mesi, i più istruttivi, restano senza dati.

Vuoi aprire un e-commerce partendo dai numeri giusti?

Nella prima call partiamo da cosa vendi, a chi e con quali margini, poi ti mandiamo un preventivo diviso per voci, con i costi ricorrenti scritti e una stima di quanto mettere da parte per far arrivare i primi clienti. Realizziamo negozi su Shopify e WooCommerce collegati a gestionale, marketplace, campagne ed email automatiche, e seguiamo anche quello che viene dopo il lancio: lo trovi nella pagina sulla realizzazione di e-commerce a Torino e in quella sul servizio Siti web ed e-commerce.

Puoi prenotare una call con Federico oppure scriverci dal modulo contatti.

Domande frequenti

Quanto costa aprire un e-commerce da zero?

Dipende da numero di prodotti, lingue, integrazioni e da quanto investi per farti conoscere. Oltre alla realizzazione vanno messi in conto canone della piattaforma, app, manutenzione, consulenza fiscale e legale e un budget per le campagne dei primi mesi. Commissioni, spedizioni e imballi crescono con gli ordini e vanno nel conto del margine.

Serve la partita IVA per vendere online?

Sì, se la vendita è abituale e organizzata. Servono partita IVA, iscrizione al Registro delle imprese e, per il commercio, la SCIA al Comune, da cui sono esentate le imprese artigiane che vendono i propri prodotti. Il codice ATECO, con la classificazione ATECO 2025, si sceglie in base ai prodotti venduti: conviene definirlo con il commercialista.

Meglio aprire un sito proprio o vendere sui marketplace?

Non è una scelta esclusiva. Il marketplace porta persone che stanno già cercando, ma trattiene commissioni e controlla le regole. Il sito proprio lascia margini, dati dei clienti e marchio, ma il traffico va costruito. Molte aziende usano entrambi, con prezzi e assortimenti pensati per non farsi concorrenza da sole.

Quanto tempo serve per vedere i primi risultati?

I primi ordini possono arrivare nelle prime settimane, soprattutto dai clienti che hai già e dalle campagne sulla ricerca. Per capire quali canali rendono servono di solito almeno due o tre mesi di dati. La SEO di un negozio nuovo richiede più tempo.

Posso vendere online anche all’estero dal primo giorno?

Sì, ma ogni paese aggiunge spedizioni, lingua, assistenza e IVA. Sopra i 10.000 euro annui di vendite a distanza verso privati dell’UE si applica l’IVA del paese del cliente, gestibile con il regime OSS. Molti negozi partono dall’Italia e aprono un paese alla volta quando i conti tornano.

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